domenica 5 marzo 2017

Verso l'ospedale di Bossentélé



- Munju! Munju!
Urlano i bambini uscendo dalle capanne e saltellando quando mi vedono passare per la strada o arrivare al dispensario. Fino a poco tempo fa pensavo mi salutassero augurandomi il buongiorno. Solo dopo ho scoperto che non stavano dicendo “Bonjour” ma “Munju” che significa “bianco”, “europeo”. 
Ora quando sento così, mi giro: so che stanno chiamando me.

Lunedì scorso sono andata con P. Enrico all’ospedale di Bossentélé, una città a circa 90 km da Bozoum, per portare alcuni malati all’ospedale della missione. Infatti, l’ospedale non ha niente a che vedere con quello di Bozoum; gestito dai frati camilliani e dalle suore carmelitane, due delle quali lavorano lì come infermiere, è pulito e ben organizzato. 

Partiamo verso le 6.30 del mattino e carichiamo un po’ di gente di Bozoum e altra passando nei vari villaggi della brousse. E’ normale che la macchina si riempia quando si fa un viaggio, perciò con un po’ di persone sui sedili posteriori, altre nel cassettone di dietro e con un bimbo in braccio, ci inoltriamo a percorrere la strada sterrata e piena di buche in mezzo alla savana che ci separa da Bossentélé. 

Con noi viaggia una signora che qualche settimana fa è stata picchiata e torturata, accusata di aver mandato una maledizione che avrebbe causato ad un’altra signora una paralisi del braccio. Non è cosa rara che avvengano queste cose, anzi… Esiste ancora la credenza che se succede qualcosa di male a qualcuno, una malattia, un incidente o la morte improvvisa, è sempre colpa di qualcuno che avrebbe mandato la maledizione alla persona. Così, i familiari del malato si rivolgono allo stregone del villaggio il quale a sua volta indica la persona “colpevole”. E quest’ultima, accusata ingiustamente, subisce varie torture. Se i malcapitati dicono di non essere loro i colpevoli, per essere sicuri che stia dicendo la verità viene fatta a loro bere una sostanza velenosa; se sopravvivono e se non subiscono danni, vuol dire che diceva la verità. La signora è sopravvissuta a tutto questo, ma non senza danni come si può immaginare. Addirittura una volta, mentre era in ospedale, sono venuti per prenderla e picchiarla, minacciando il personale. La polizia le aveva consigliato di andarsene dal villaggio. Da quello che mi è stato raccontato prima di lei lo stregone aveva accusato un ragazzo di circa 20 anni che, sotto tortura, aveva detto che la colpevole era un’altra persona e ha indicato la prima che passava per la strada, ovvero la signora che stavamo portando all’ospedale. Per scusarsi, il ragazzino ha cercato in seguito di aiutare la signora, così una notte per metterla al sicuro se l’è caricata sulle spalle e ha percorso a piedi 10 chilometri al buio portandola in un altro villaggio al sicuro. 

Dopo pochi minuti ci fermiamo in un piccolo villaggio lungo la strada. Appena ci fermiamo, un gruppetto di bimbi e ragazzi ci accoglie e circonda la macchina. Tra di loro c’è un ragazzino sui 12 anni che ci viene incontro sorretto da una stampella di legno tutta rovinata; quando era più piccolo gli hanno dovuto amputare parte della gamba. Giocando a calcio la stampella si è consumata molto, mi viene spiegato, è per questo che ne abbiamo un’altra nuova di zecca. P. Enrico scende dalla macchina, gliela porge e lui tutto felice la prova ma è troppo corta di almeno una decina di centimetri… i falegnami hanno sbagliato le misure e il ragazzino dovrà aspettare ancora. 
Carichiamo ancora alcune persone, tra cui la mamma del ragazzino, incinta, insieme a suo marito e un altro figlio e torniamo sulla strada. Dopo circa 3 ore e dopo una breve pausa in “autogrill” (ovvero un albero pieno di formiche rosse, di quelle che morsicano) arriviamo a Bossentélé.

Arrivati all’ospedale accompagnamo i malati all’ingresso e incontriamo Suor Irene, la suora del Madagascar che lavora come infermiera. Ci dice che suor Giuseppina, italiana, è in sala operatoria per un cesareo urgente, una rottura d’utero. Così suor Irene mi fa fare un tour dell’ospedale. La degenza, la sala parto, la farmacia, il laboratorio… e infine la sala operatoria dove incontriamo suor Giuseppina, che con una mano sta tirando la barella con la paziente del cesareo e con l’altra tiene in alto una sacca di sangue. Purtroppo il bimbo non ce l’ha fatta.
Ci accertiamo che tutti i pazienti siano a posto, che chi si deve fermare più giorni abbia un posto dove restare a dormire la notte, e torniamo a casa nel pomeriggio.

Questa settimana io e Suor Lydie stiamo cercando di dedicarci ad un caso che ci siamo prese particolarmente a cuore. La moglie della sentinella che lavora alla missione ha partorito qualche giorno fa due gemelli, un maschio e una femmina, e si aspettavano solo un bimbo (l’ospedale di Bozoum non ha un ecografo). Sono nati prematuri e sono molto piccoli, ma come i bimbi sani e a termine, due giorni dopo sono stati dimessi dall’ospedale e portati nelle capanne. Stiamo cercando, nei limiti del possibile, con i pochi mezzi che abbiamo, e con i consigli di chi è in Italia e che ringrazio ancora tanto, di fare il possibile per questi gemellini.

A bien tôt!


Strada per Bossentélé

Sala parto dell'ospedale di Bossentélé













Al dispensario... con un gemello!



1 commento:

  1. Grazie per tenerci sempre aggiornati! Hai fatto una bellissima scelta!

    Federico

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