sabato 25 febbraio 2017

Bozoum, la Missione e una visita speciale!





Bozoum si trova a circa 380 km dalla capitale Bangui, a nord-ovest della Repubblica Centrafricana. La città è la capitale della prefettura Ouham-Pendé e presenta una popolazione di circa 17.000 persone. Bozoum si trova a circa 800 metri sul livello del mare; il clima è secco e caldo, soprattutto in questa stagione (la stagione secca, che si alterna con quella delle piogge che comincerà ad Aprile); di giorno la temperatura arriva fino a 36 gradi, la notte scende a 20. La maggior parte delle abitazioni è costituita da mattoni di terra ricoperte da un tetto di paglia. Solo poche case sono costruite in cemento con il tetto in lamiera. La strada principale (in terra battuta) percorre il centro della città; la maggior parte dei piccoli negozietti si affaccia su di essa. In centro si trova anche un grande mercato, aperto tutti i giorni. Si ci può trovare di tutto: tipici cibi africani, vestiti, oggetti per la casa…

I primi Carmelitani Scalzi della Liguria sono arrivati a Bozoum nel 1971. Uno di questi è P. Carlo, il carmelitano con cui ho viaggiato. Per arrivare alla Missione, che sta su una collinetta, bisogna percorrere una strada sterrata in salita. Su questa strada si affacciano la residenza degli studenti che provengono da altre città e le scuole della missione: il Liceo St. Augustin, la scuola dell’alfabetizzazione, il centro d’accoglienza pomeridiano per gli orfani “Arc en Ciel” e la scuola elementare. La strada sfocia nella piazza che accoglie gli uffici e alcune aule della Missione, la chiesa e un campo da calcio in terra battuta. La missione gestisce anche un asilo, l’école maternelle S. Marthe, accanto alle suore in cima ad un’altra salita vicino alla Missione. Per arrivare al dispensario devo invece percorrere un piccolo sentiero ripido; si trova infatti sotto la residenza delle suore.

Questo mercoledì e giovedì abbiamo avuto l’onore di accogliere e di ospitare nella Missione il cardinale del Centrafrica, Dieudonné Nzapalainga. Era la prima volta che faceva visita alla città. Questa settimana la città era in fermento, in particolare in questi ultimi gironi prima della tanto attesa visita. E’ stato finito il presbiterio grazie ad Enrico, il muratore volontario laico che è tornato in Italia martedì, e il suo team. La mattina del giorno dell’arrivo del cardinale, percorrendo la strada che collega le suore alla Missione, ho incontrato dei  ragazzi che scrollavano i rami degli alberi per far cadere i fiori che avrebbero usato per accogliere il cardinale e ne ho approfittato per chiedergliene qualcuno; si sono divertiti un mondo a riempirmi i capelli di fiori! Per strada era una festa: c'erano gli scout che provavano qualche coreografia, la corale che provava i canti, i ministranti che facevano le prove sull’altare e le danzatrici che provavano i balli. E’ da un paio di volte che provo ad infilarmi nella corale e sebbene i canti mi piacciano molto per adesso faccio solo finta di cantare; i canti sono infatti in sango. 
Appena è arrivata la notizia che il cardinale era sulla strada principale, la gente si è precipitata di corsa in strada. Lo spettacolo che mi si è presentato davanti era una moltitudine di gente in festa, chi cantava, chi rideva, chi danzava, chi saltellava dalla gioia con un ramoscello in mano. Appena la macchina è arrivata, le persone non hanno aspettato un attimo a circondarla. Il cardinale è sceso e insieme alla moltitudine di gente ha percorso la strada della Missione fino alla chiesa. C’era talmente tanta gente che danzava e ballava intorno a lui, che una nuvola di polvere avvolgeva letteralmente il corteo. La sera ho avuto l’onore di cenare con gli altri insieme a lui. La festa è continuata fino al giorno dopo con la messa delle 6.30 del mattino e con la chiesa strapiena di persone. 

Il lavoro al dispensario continua, le lingue… procedono yeke yeke (“piano piano” in sango). 
Ogni giorno, come ho già detto, è diverso dall’altro. Nuovi incontri, nuove scoperte… e tanti pensieri che si intrecciano con le realtà che mi si presentano davanti agli occhi e che vivo. 

Ecco ancora qualche foto!

Chiesa di Bozoum

Strada principale di Bozoum

Fabbrica del cotone, oggi in disuso

Vendita di verdura al mercato

Tipico negozio del mercato

"Panificio"


Accoglienza del cardinale

Percorrendo la strada della Missione

Messa delle 6.30 del mattino

Suor Annita mi insegna a suonare il bongo!

I bambini dell'ècole maternelle S. Marthe con il cardinale



giovedì 16 febbraio 2017

Balao!







Ogni persona, ogni bambino che passa, non importa se è di fretta, non importa se non ti conosce, si avvicina, ti stringe la mano, ti saluta e ti chiede come stai. E poi ognuno per la sua strada. Rimango sorpresa soprattutto dai bambini; sono tantissimi. Ovunque mi giri c’è un bimbo che ti sta fissando e che ha interrotto la sua marcia per seguirti con lo sguardo. Poi si avvicina, incrocia le mani al petto, si inchina e ti stringe la mano. 
“Bonjour ma soeur!”
“Balao (Ciao), ça va?”
“Ca va bien, merci!”
E così al mattino mentre vado al dispensario, alle 12 quando finiscono la scuola e vengono a salutare, per strada, in chiesa… ovunque.

Il primo weekend dopo il mio arrivo c’è stata la fiera agricola. A Bozoum è un evento molto grande che si ripete ogni anno da un po’. Persone del posto e di altre città vengono a vendere i loro prodotti. Per me è stata un’occasione per conoscere un po’ di gente del posto, girare e vedere la città, e naturalmente fare tante foto. Legumi, verdura, caffè, riso, pesci, galline, la manioca e i bruchi essiccati, due specialità africane. Appena hanno visto che avevo la macchina fotografica, non hanno aspettato un secondo a chiedermi di andare in giro per tutta la fiera a scattare foto ovunque. Se mi giravo, c’era qualcuno alle mie spalle che mi chiedeva di fargli una foto, o di farne una insieme. Ad un certo punto ero letteralmente circondata da bambini che facevano a gara per farsi fotografare. E così, in un giorno solo, sono riuscita a fare più di mille foto. Sempre per la fiera, sabato pomeriggio, assieme ad un gruppo di ragazzi del Liceo St. Augustin ed altre persone, ho fatto un tour degli orti più grandi e più belli della città assegnando a ciascuno un punteggio per ogni categoria (varietà di prodotti, valore commerciale…). Il giorno dopo sono stati premiati gli orti e i banchi più belli della fiera con medaglie, aratri, innaffiatoi… eccetera.

Ho cominciato a lavorare al dispensario già dal secondo giorno. Il dispensario è gestito dalla missione, in particolare dalle suore che mi ospitano. Si tratta di una sorta di ambulatorio per i poveri. Andare all’ospedale infatti costa molto per la gente del posto. Mi hanno raccontato che la prima cosa che ti danno quando vai all’ospedale è la lista delle cose da portare (garze, guanti, fasce…). Già, oltre a costare, ti devi portare anche il materiale. Desideravo fare una visita, per vederlo, e così ieri suor Lydie mi ha accompagnato… e sono rimasta senza parole. Purtroppo la pulizia e l’igiene sono dei gran lussi, e perciò anche al dispensario ci arrangiamo con quel che abbiamo, ovvero poco. I pazienti sono persone di ogni età, dall’anziano con il mal di testa, alla persona che ha la malaria a giovani con delle piaghe molto grosse… a donne in gravidanza, grazie alla propaganda che sta facendo chi mi conosce! Suor Lydie mi sta aiutando e insegnando molto, anche le lingue. Infatti, anche se il francese lo parlano in molti, il sango rimane la lingua più parlata, soprattutto tra la gente. E così, pian pianino, cerco di imparare due lingue contemporaneamente aiutata anche dai bambini, ottimi maestri. 

Quando non lavoro al dispensario, faccio qualche lavoretto alla missione o ne approfitto per studiare un po’. Le giornate sono quindi quasi tutte molto piene e diverse. Capita di andare a iscrivere a scuola un bambino, di fare un passo al fiume e trovare dei ragazzini che pescano e che non vedono l’ora di farsi fotografare con le loro prede appena pescate.; capita di restaurare una statua distrutta durante la guerra di alcuni anni fa… di trovarsi fuori da una capanna a fare due chiacchiere con qualcuno… o a farsi fare qualche treccina! 

Pian pianino, sto cominciando a conoscere bene la gente e ad immergermi sempre di più in questa realtà così diversa, così sorprendente, così particolare. 

Nonostante tutto, nonostante la povertà, qui è una festa continua. I canti, il suono dei tamburi, i vestiti colorati, le danze… 
La musica africana fa da sottofondo a tutta la giornata: dal mattino presto con i canti della Messa e dei bambini che cantano nelle aule, alla sera tardi quando il suono dei tamburi e dei canti sale dalle capanne mentre dalle colline appaiano i primi fuochi.

Avrei ancora molte cose da scrivere, ma per il momento lascerò parlare alcune foto!














Prodotti della fiera


                       


Con i ragazzi del Liceo St. Augustin



Orto















Alba













martedì 7 febbraio 2017

Terra rossa


                                       


Non sapevo che nome dare a questo blog e alla fine ho scelto questo. Forse un titolo un po’ banale, ma non riuscivo a trovare parole più vere. Se si guarda la mappa, infatti, la Repubblica Centrafricana si trova al centro, proprio come dice il nome, dell’Africa. 

Sono qui, "nel cuore dell'Africa" solo da una settimana e sono successe già molte cose. Forse è proprio una caratteristica dell’Africa la capacità di farti immergere fin dal primo istante nella sua realtà. Una realtà così ricca e povera che fino ad ora pensavo di immaginare ma che continua a stupirmi in modo indescrivibile. Allora proverò a raccontare qualcosa, anche se so già in partenza che queste parole rappresentano solo la punta di un iceberg di quello che vivo, vedo e provo.

Sono arrivata in Africa la scorsa settimana. Dopo un viaggio durato quasi 15 ore, siamo atterrati all’aeroporto di Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, verso le 7 del mattino del 1 Febbraio insieme a P. Carlo (uno dei fondatori carmelitani della missione), una mamma e una bimba centroafricane e un gruppo di sei radioamatori (devo ancora capire bene cosa facciano, per adesso so solo che viaggiano il mondo portandosi dietro quintali di macchinari per mettersi in contatto con altri radioamatori sparsi per il mondo). 

Mentre l’aereo atterra, riesco ad ammirare le prime immagini e i colori dell'Africa con l’alba: i campi immensi, la terra rossa, il fiume Oubangui, le strade sterrate, i tetti di paglia delle case... Appena metto il piede fuori dall’aereo, ho la conferma di essere arrivata: l’aria calda e umida di Bangui mi da il benvenuto. L’aeroporto della capitale non ha nulla a che vedere con quelli che siamo abituati ad avere, ma ero stata avvertita. “Domani mattina all’aeroporto non spaventarti” mi avevano detto. “Scesa dall’aereo si va all’aeroporto a piedi. Ti controlleranno il libretto delle vaccinazioni, poi prendi una schedina che devi compilare in francese, dopodiché te la timbrano, poi la riprendi. Dietro ad una cabina ci sarà un altro tizio che controllerà di nuovo tutto. Poi giri a destra. Nella seconda stanza c’è il nastro dei bagagli, uno unico per 300 passeggeri. Ci saranno dei signori con il camice blu, potete farvi aiutare da uno, massimo due. Il numero 12 è un bravo signore. Ma hanno tutti il vizietto di portare i vostri bagagli sulle panche dei doganieri. Recuperate tutte le vostre valige e puntate dritti verso l’uscita senza guardarvi né a destra né a sinistra perché ai lati ci sono seduti i doganieri e i poliziotti che approfittano per controllare i bagagli e chiedervi dei soldi. Se aprono quella con le batterie si inventano una legge che dovete pagare. Se riuscite ad uscire in meno di 20 minuti siete bravi. In ogni caso non succede nulla.” Ed è proprio così ma per fortuna P. Federico, che sta alla missione di Bangui, riesce ad entrare e a darci una mano. Saliamo tutti in macchina e ci dirigiamo verso il Carmel, casa di formazione per i seminaristi di Bangui. Il primo impatto con le strade Africane è come immaginavo. Strada asfaltata fino ad un certo punto, poi inizia quella sterrata, rossa, piena di buche e dossi. La macchina fa zig zag in mezzo alla gente che popola la strada, il mercato arabo e i negozi. Lungo la strada ammiro la gente del posto: persone, bambini compresi, che trasportano sulla testa ceste di immense dimensioni; mamme che portano i loro bimbi sulla schiena avvolti nella fascia; motociclisti che portano sulle loro moto 2/3 persone, tutti senza casco; bimbi, ovunque, che al passaggio della macchina si affacciano sulla strada e ti salutano; vestiti dagli innumerevoli colori... Al Carmel vengo accolta benissimo e conosco gli altri frati, i seminaristi ed Enrico, un volontario muratore che viene in Centrafrica ogni anno da molto tempo. Con lui e l’autista Andrè andiamo in centro e torniamo indietro un bel po’ di volte: dobbiamo prendere i biglietti per l’aereo che il giorno dopo ci porterà a Bozoum. Conosco così una dottoressa di Genova, ormai avanti con gli anni, che ha dedicato (e continua a dedicare) la sua vita al Centrafrica e una suora, anch’essa italiana, che lavora in un ospedale in una missione a Bossentele, tra Bangui e Bozoum. L’andare avanti e indietro per le strade della capitale mi permette di raccogliere i primi frammenti di Africa. Fa caldo, ci sono 35 gradi e un’umidità pazzesca. “Vedrai che a Bozoum sarà diverso, fa caldo ma il clima è secco. Starai bene. Guarda, laggiù è il centro della città, ci sono solo due palazzi. Il resto sono case e capanne. Qui c'è la moschea dove papa Francesco ha fatto visita… qui davanti al Carmel fino a poco tempo fa c’erano migliaia di sfollati, dopo il colpo di stato che c’è stato nel 2013. Ora ce ne sono solo un centinaio”, mi raccontano.
“Dovevi esserci qualche anno fa. Con tutti gli sfollati che c'erano, assistevamo di continuo ai parti. Il refettorio era diventato la sala parto."
La notte la passo al Carmel e al mattino dopo, alle 6, lasciamo il seminario per andare all’aeroporto. Lì ci aspetta un piccolo aereo di un’organizzazione delle Nazioni Unite. Ci sono appena una quindicina di posti. Stiamo per partire quando arriva un signore e sento che dice al pilota, in inglese, che dovrà fare solo due fermate, perché in una delle città in cui sarebbe dovuto atterrare ci sono degli scontri quindi non è opportuno atterrare lì. L’aereo parte, permettendomi di ammirare ancora una volta il paesaggio del Centrafrica. In macchina, per arrivare a Bozoum, ci avremmo impegnato circa 5 ore tra una buca e l’altra. Tra Bangui e Bozoum si estende la savana disabitata, punteggiata da qualche villaggio qua e là, collegato da strade rosse di terra battuta. Dopo un’oretta, l’aereo atterra a Bozoum. Finalmente sono arrivata! A Bozoum non c‘è l’aeroporto, solo una striscia di terra battuta e una manica a vento. Scendiamo, recuperiamo i nostri bagagli e respiro l’aria calda e secca del posto. Intorno non c’è niente, se non arbusti e alberi. Poco dopo arriva P. Aurelio, il parroco della chiesa di Bozoum, a prenderci con la sua jeep. Dopo poco, arriviamo alla missione, che si trova su una collina della città. Entriamo da un cancello che ci apre la sentinella del giorno e davanti a noi si apre un grande piazzale circondato dalla chiesa, dalla casa e dai magazzini della missione. Poco più avanti c’è una veranda dove mangiamo e dalla quale un tempo, prima che crescessero le piante e gli alberi, si poteva ammirare Bozoum e le capanne dall’alto. Appena arrivati, P. Aurelio mi porta a fare un giro della missione, così mi presento alle prime persone del posto. Entriamo in chiesa. E’ magnifica. Hanno finito qualche mese fa di fare dei lavori di ampliamento ed è un capolavoro. 

Questa settimana sto dai carmelitani ma tra qualche giorno andrò a stare con le suore africane che hanno la casa qua vicino. I frati sono tre, come le suore, ma a differenza dei frati sono africane e parlano solo il francese e il sango, la lingua nazionale. 

Dedicherò un post a ciò che questa settimana l'Africa mi ha donato... ma ora chiudo qui lasciando qualche immagine. 


Volo da Bangui a Bozoum


Aereo e "aeroporto" di Bozoum


Strada a Bozoum


Bozoum, vista dalla missione

La veranda





Chiesa Saint Michel a Bozoum


A bien tôt,
Marta