martedì 7 febbraio 2017

Terra rossa


                                       


Non sapevo che nome dare a questo blog e alla fine ho scelto questo. Forse un titolo un po’ banale, ma non riuscivo a trovare parole più vere. Se si guarda la mappa, infatti, la Repubblica Centrafricana si trova al centro, proprio come dice il nome, dell’Africa. 

Sono qui, "nel cuore dell'Africa" solo da una settimana e sono successe già molte cose. Forse è proprio una caratteristica dell’Africa la capacità di farti immergere fin dal primo istante nella sua realtà. Una realtà così ricca e povera che fino ad ora pensavo di immaginare ma che continua a stupirmi in modo indescrivibile. Allora proverò a raccontare qualcosa, anche se so già in partenza che queste parole rappresentano solo la punta di un iceberg di quello che vivo, vedo e provo.

Sono arrivata in Africa la scorsa settimana. Dopo un viaggio durato quasi 15 ore, siamo atterrati all’aeroporto di Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, verso le 7 del mattino del 1 Febbraio insieme a P. Carlo (uno dei fondatori carmelitani della missione), una mamma e una bimba centroafricane e un gruppo di sei radioamatori (devo ancora capire bene cosa facciano, per adesso so solo che viaggiano il mondo portandosi dietro quintali di macchinari per mettersi in contatto con altri radioamatori sparsi per il mondo). 

Mentre l’aereo atterra, riesco ad ammirare le prime immagini e i colori dell'Africa con l’alba: i campi immensi, la terra rossa, il fiume Oubangui, le strade sterrate, i tetti di paglia delle case... Appena metto il piede fuori dall’aereo, ho la conferma di essere arrivata: l’aria calda e umida di Bangui mi da il benvenuto. L’aeroporto della capitale non ha nulla a che vedere con quelli che siamo abituati ad avere, ma ero stata avvertita. “Domani mattina all’aeroporto non spaventarti” mi avevano detto. “Scesa dall’aereo si va all’aeroporto a piedi. Ti controlleranno il libretto delle vaccinazioni, poi prendi una schedina che devi compilare in francese, dopodiché te la timbrano, poi la riprendi. Dietro ad una cabina ci sarà un altro tizio che controllerà di nuovo tutto. Poi giri a destra. Nella seconda stanza c’è il nastro dei bagagli, uno unico per 300 passeggeri. Ci saranno dei signori con il camice blu, potete farvi aiutare da uno, massimo due. Il numero 12 è un bravo signore. Ma hanno tutti il vizietto di portare i vostri bagagli sulle panche dei doganieri. Recuperate tutte le vostre valige e puntate dritti verso l’uscita senza guardarvi né a destra né a sinistra perché ai lati ci sono seduti i doganieri e i poliziotti che approfittano per controllare i bagagli e chiedervi dei soldi. Se aprono quella con le batterie si inventano una legge che dovete pagare. Se riuscite ad uscire in meno di 20 minuti siete bravi. In ogni caso non succede nulla.” Ed è proprio così ma per fortuna P. Federico, che sta alla missione di Bangui, riesce ad entrare e a darci una mano. Saliamo tutti in macchina e ci dirigiamo verso il Carmel, casa di formazione per i seminaristi di Bangui. Il primo impatto con le strade Africane è come immaginavo. Strada asfaltata fino ad un certo punto, poi inizia quella sterrata, rossa, piena di buche e dossi. La macchina fa zig zag in mezzo alla gente che popola la strada, il mercato arabo e i negozi. Lungo la strada ammiro la gente del posto: persone, bambini compresi, che trasportano sulla testa ceste di immense dimensioni; mamme che portano i loro bimbi sulla schiena avvolti nella fascia; motociclisti che portano sulle loro moto 2/3 persone, tutti senza casco; bimbi, ovunque, che al passaggio della macchina si affacciano sulla strada e ti salutano; vestiti dagli innumerevoli colori... Al Carmel vengo accolta benissimo e conosco gli altri frati, i seminaristi ed Enrico, un volontario muratore che viene in Centrafrica ogni anno da molto tempo. Con lui e l’autista Andrè andiamo in centro e torniamo indietro un bel po’ di volte: dobbiamo prendere i biglietti per l’aereo che il giorno dopo ci porterà a Bozoum. Conosco così una dottoressa di Genova, ormai avanti con gli anni, che ha dedicato (e continua a dedicare) la sua vita al Centrafrica e una suora, anch’essa italiana, che lavora in un ospedale in una missione a Bossentele, tra Bangui e Bozoum. L’andare avanti e indietro per le strade della capitale mi permette di raccogliere i primi frammenti di Africa. Fa caldo, ci sono 35 gradi e un’umidità pazzesca. “Vedrai che a Bozoum sarà diverso, fa caldo ma il clima è secco. Starai bene. Guarda, laggiù è il centro della città, ci sono solo due palazzi. Il resto sono case e capanne. Qui c'è la moschea dove papa Francesco ha fatto visita… qui davanti al Carmel fino a poco tempo fa c’erano migliaia di sfollati, dopo il colpo di stato che c’è stato nel 2013. Ora ce ne sono solo un centinaio”, mi raccontano.
“Dovevi esserci qualche anno fa. Con tutti gli sfollati che c'erano, assistevamo di continuo ai parti. Il refettorio era diventato la sala parto."
La notte la passo al Carmel e al mattino dopo, alle 6, lasciamo il seminario per andare all’aeroporto. Lì ci aspetta un piccolo aereo di un’organizzazione delle Nazioni Unite. Ci sono appena una quindicina di posti. Stiamo per partire quando arriva un signore e sento che dice al pilota, in inglese, che dovrà fare solo due fermate, perché in una delle città in cui sarebbe dovuto atterrare ci sono degli scontri quindi non è opportuno atterrare lì. L’aereo parte, permettendomi di ammirare ancora una volta il paesaggio del Centrafrica. In macchina, per arrivare a Bozoum, ci avremmo impegnato circa 5 ore tra una buca e l’altra. Tra Bangui e Bozoum si estende la savana disabitata, punteggiata da qualche villaggio qua e là, collegato da strade rosse di terra battuta. Dopo un’oretta, l’aereo atterra a Bozoum. Finalmente sono arrivata! A Bozoum non c‘è l’aeroporto, solo una striscia di terra battuta e una manica a vento. Scendiamo, recuperiamo i nostri bagagli e respiro l’aria calda e secca del posto. Intorno non c’è niente, se non arbusti e alberi. Poco dopo arriva P. Aurelio, il parroco della chiesa di Bozoum, a prenderci con la sua jeep. Dopo poco, arriviamo alla missione, che si trova su una collina della città. Entriamo da un cancello che ci apre la sentinella del giorno e davanti a noi si apre un grande piazzale circondato dalla chiesa, dalla casa e dai magazzini della missione. Poco più avanti c’è una veranda dove mangiamo e dalla quale un tempo, prima che crescessero le piante e gli alberi, si poteva ammirare Bozoum e le capanne dall’alto. Appena arrivati, P. Aurelio mi porta a fare un giro della missione, così mi presento alle prime persone del posto. Entriamo in chiesa. E’ magnifica. Hanno finito qualche mese fa di fare dei lavori di ampliamento ed è un capolavoro. 

Questa settimana sto dai carmelitani ma tra qualche giorno andrò a stare con le suore africane che hanno la casa qua vicino. I frati sono tre, come le suore, ma a differenza dei frati sono africane e parlano solo il francese e il sango, la lingua nazionale. 

Dedicherò un post a ciò che questa settimana l'Africa mi ha donato... ma ora chiudo qui lasciando qualche immagine. 


Volo da Bangui a Bozoum


Aereo e "aeroporto" di Bozoum


Strada a Bozoum


Bozoum, vista dalla missione

La veranda





Chiesa Saint Michel a Bozoum


A bien tôt,
Marta

9 commenti:

  1. Marta, tienici aggiornati.
    Ti pensiamo tanto! Un abbraccio
    Kaja

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  2. Grazie per le tue parole. Pazzesco come passo passo mi hanno fatto ritornare alla mente tutto..persino il tipone "accogliente" in aeroporto! Ahahaha
    Fai tesoro di questo grande Dono!
    Un abbraccio
    Cilla

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. Le tue parole mi ricordano molto la Tanzania che porto nel cuore! Grazie e "safari njema" Marta!!!

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  5. Brava! Tienici aggiornata che noi preghiamo per te!
    Simo

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  6. Che bello Marta..Ti seguiremo da qui! Poppy

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  7. Finalmente ho letto tutto!
    Grazie per la minuziosa condivisione, sembra quasi essere lì!
    In unione di Preghiera,
    Un abbraccio!

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